PESCE di APRILE
Nasco nel lontano 1964 (lontano? Per me é “l’altro ieri”).
Educata in maniera dura (mia nonna), buonissima (mia mamma), ma dura (vinceva sempre mia nonna) e un po’ di anni fa il fatto di caricare troppo i bambini non esisteva: quindi ero stracarica, quindi so l’inglese (poco), il greco e il latino (pochissimo, ma ho fatto il liceo classico quindi qualcosa ne so); so nuotare, andare a cavallo, sciare, tirare di scherma, qualcosa di ginnastica artistica, poi so suonare la chitarra classica (veramente male e ora neanche più male… non la so suonare), so lavorare ai ferri, fare l’uncinetto, cucire (pochissimo), ricamare (non fa per me) cucire a macchina (poco)…. ho lisciato una scuola per parrucchieri perché coincideva con un corso di dattilografia o forse mia madre aveva detto a sua madre, nonché mia nonna, “basta! Questo è veramente troppo!”: Comunque a 16 anni nel corso di dattilografia non è che ero la più piccola… non era proprio contemplato dal regolamento, ma mia nonna arrivava dappertutto e quindi ho il diploma di dattilografa (se veniva la terza guerra mondiale avevo un mestiere in mano).
A questo tipo di educazione, una volta fuori di casa (23 anni circa), si è aggiunto il mio amore per le cose nuove, avrei voluto (e ancora vorrei) provare tutto e quindi: wind surf, squash, motocicletta, sci d’acqua, teatro, francese, sassofono, sociologia…
Una vita molto piena, talmente piena che di colpo si è svuotata.
Avevo appena partorito una figlia bellissima di nome Mia; stavo allattandola sul letto di casa, a una settimana dal parto, quando…
1° Aprile, “Pesce d’Aprile”, mal di testa atroce, svengo, barella, ambulanza, sirena…
Esterno Giorno
Pronto Soccorso
Comincia E.R., ma non è televisione, è vita reale!
Ho avuto un ictus, un’embolia post-partum, comunque è stato un embolo che partito da una gamba è salito, salito… salito ed è andato a esplodere, tipo fucile a pallini, nel cervelletto creando danni piccoli (vorrei vedere se fosse successo al medico che ha detto “piccoli”) ma vari. Quindi non potevo più camminare, parlare, concentrarmi, etc. etc.
“E’ andata bene, poteva anche morire”.
Per me è stato come “morire”.
Vabbè!
Continuiamo.
Sono stata in coma per un mese, poi ricoverata nello stesso ospedale per un altro.
Giugno e luglio li ho passati in un altro ospedale, un ospedale di riabilitazione.
(Apro una parentesi, nel vero senso della parola, per il passaggio da un ospedale all’altro.
Ero allettata e il passaggio l’ho fatto in ambulanza. Ancora me lo ricordo.
Sto piangendo – non allora, allora per fortuna capivo molto poco – ora sto piangendo mentre scrivo e ricordo.
Sirene spiegate. Io in barella nell’ambulanza. Cesare – il mio compagno – dietro che ci seguiva con il motorino. Aiutoo! – ancora adesso quando vedo e sento un’ambulanza… mi sento male. – VI PREGO: lasciate sempre libera la corsia d’emergenza!!! – Mi asciugo le lacrime e chiudo la parentesi).
Agosto finalmente si va a casa, senza carrozzina, sulle mie (molto tremolanti) gambe perché, causa Regione, non potevo più stare ricoverata, nonostante ne avessi molto bisogno.
Allora Day Hospital. Tutti i giorni, dall’altra parte di Roma, accompagnata da un tizio silente che mi prelevava tipo pacco, mi depositava su una sedia in una sala d’aspetto e mi veniva a riprendere dopo due o tre ore, nella stessa sala d’aspetto, ma su un’altra sedia. Tutti i giorni. Così. Aiuto.
Non so quant’è durato il Day Hospital, l’ho rimosso.
Dopo il Day Hospital c’è stato il Centro di Fisioterapia dove andavo autonomamente (senza il “tizio silente”) con il taxi.
Nel Centro di Fisioterapia, oltre alla fisioterapia normale e alla logoterapia, di cui avevo indubbiamente bisogno, facevo anche un metodo che probabilmente sarebbe andato bene a chi come patologia aveva l’influenza o i duroni ai piedi, per me e per il mio stato non era molto indicato come non trovavo indicato il neurologo, dico ”NEUROLOGO” non agopunturista o naturopata, che curava la mia patologia con i Fiori di Bach… sorvoliamo.
Poi l’idroterapia.
Insieme l’ippoterapia.
Anche la ginnastica come terapia.
E taxi, poi ritaxi, di nuovo taxi e un’altra volta taxi.
Ho fatto un calcolo:
2 terapie al giorno, sono 4 taxi, che moltiplicati per 5 giorni a settimana, fa 20 taxi a settimana, che moltiplicati per circa 45 settimane in un anno, fa 900 taxi, che rimoliplicato per circa 3 anni, fa 2700.
Ho preso duemilasettecento taxi (su 2700 me ne ricordo solo uno – non esagero – veramente gentile).
Ho preso Taxi che voi umani non potete neanche immaginare.
Fino a quando.
Basta!
Dopo pazienti e spericolate prove di guida con il mio compagno, che ho appena nominato ma che c’è sempre stato e si è sorbito tutto e più di tutto (perché lui ricorda e anche molto bene), dicevo dopo questa ulteriore prova d’amore, mi sono sentita pronta per prendere la patente per disabili. Naturalmente prima guidavo come una spericolata, collezionando incidenti, macchine sfasciate ecc ecc.
Ora? Ora se sto guidando mi spavento anche se qualcuno si affaccia da un balcone (anche se in effetti non lo vedo perché tengo gli occhi fississimi sulla strada):
Non mi ricordo più che stavo dicendo (scrivendo)… ah si, la patente per disabili.
Finalmente la prendo, e con questo è cambiata la mia vita (ancora?):
vado dappertutto (a Roma e nelle vicinanze – mi sono spinta anche all’Argentario ora che ci penso). L’importante è l’arrivo; Deve essere facile, non pieno di buche, sicuro (nel senso che è sicuro che ci sia)… praticamente vivo nei centri commerciali, all’Ikea, nei supermercati, nelle Upim, nelle Oviesse. L’importante è che si sia dentro subito.
E’ fantastico se si vede dal lato terapeutico (parcheggi disabili, tutto piano, carrelli per appoggiarsi, per chi come me cammina con difficoltà è perfetto) e dal lato dello shopping è ancora meglio (se mi ricordassi bene i numeri saprei dove è più conveniente comprare una cosa… ma sono sempre stata dislessica per i numeri).
Ci sono centri commerciali in ogni dove. E io ci sono stata!
Lunghezza, Bufalotta Capena, La Rustica, Romanina, Tiburtina, Tiberina, Casilina, Prenestina, Aeroporto. Sono stata dappertutto! Uscivo di casa la mattina per esplorare un nuovo centro commerciale e non tornavo mai con le mani vuote, anzi.
Comunque.
Ora, dopo nove anni e mezzo, è tutto molto più semplice:
una bimba veramente stupenda, un compagno sempre sempre presente, una famiglia attentissima e disponibile.
Mi duole dirlo ma non tornerei indietro.
Cioé…
se potessi avere tutto questo cioè come sono diventata nella testa e nel cuore in questi anni, e in più potessi tornare a essere normale, correre, scrivere, cucire, attaccare un chiodo, portare i tacchi, andare in bicicletta, andare sui pattini, suonare il sassofono, guidare la moto, dipingere, disegnare, cantare, portare un bicchiere pieno, prendere in braccio mia figlia (ora sarebbe un po’ pesante) e tutto quello che non posso più fare… Naturalmente con mia figlia Mia* ugualmente presente nella mia vita…
non vorrei tornare indietro.
Beh magari! Mica sono scema.
(“Botte piena e moglie ubriaca”?… No! Solo una cosa normalissma).
* MIA FIGLIA?
Avete fatto caso che non l’ho mai nominata.
La causa di cotanto casino.
Rancore?
Non penso proprio.
E’ fantastica
Veramente. E non perché “ogni scarrafone…”, lo è proprio:
è bella, è brava, è intelligente, è sensibile, disegna meravigliosamente, è nell’agonismo di ginnastica artistica, non gli piacciono neanche i dolci.
E’ bravissima.
Pure troppo.
Insomma è Mia, mia figlia.
Darei un rene, un braccio, un occhio, la vita per lei.
Daniela (soprattutto una mamma).
P.S. Mi ero dimenticata: “ballare”. BALLARE, io adoravo (e adoro) ballare.
Avevo rimosso il concetto.
Ora non posso più.
Non posso perché già è difficile per me stare in equilibrio ferma. Camminare è un’impresa (poi dicono che non vedo nessuno, non saluto nessuno – grazie, devo guardare dove metto i piedi, STO CAMMINANDO. Se muovo solo lo sguardo… casco).
In più, tornando al ballare, il cervelletto, dove sono stata colpita io, è colui che regola-comanda-coordina il ritmo: il ritmo è il cervelletto.
Quindi è impossibile per me ballare ancora. Aiuto.
MA PERCHé LA CUCINA?
La
Cucina, che prima erano solo Dolci, è stata “fondamentale”. Perché in
questi nove anni ho fatto ogni tipo di terapia. Fisioterapia,
ippoterapia, idroterapia, logoterapia, psicoterapia… tantissimi minuti
in cui io per distrarmi e far passare il tempo, pensavo ai Dolci
(pensando ad una ciambella: se ci metto metà di farina dsi mais, tanta
buccia di limone, lo zafferano… posso chiamarla “giallona” etc. etc.).
Naturalmente essendo nuova del mestiere, non avendo più nessuno che mi
insegnasse la difficile arte e come se non bastasse, avendo un forno che
non mi assisteva, ho collezionato una serie di insuccessi incredibile.
Però non mi sono arresa, anzi, mi sono fissata.
E dai, e dai, e dai… ce l’ho fatta.
che ora sia un mago, ma le cose che faccio ora sono ambite: il pane è
addirittura troppo morbido, mollicoso, non riesco a far venire la
mollica con i buchi, le torte ormai sono sofficissime, le creme:
spumosissime, ho fatto anche la pasta sfoglia…
Vogliamo
parlare dei bigné? Li faccio dal 2003, quando per il 3° compleanno di
mia figlia ho fatto, aiutata, uno splendido Profitterol Rosa (che
purtroppo – non so come si scrive – non ho neanche fotografato,
accidenti a me… ma ho i testimoni).
Oltre
alla difficoltà delle ricette, devo tenere presente anche la “sanezza” e
dove possibile le calorie, per esempio: i bigné erano fatti con l’olio
extravergine d’oliva, la crema interna era yogurt greco allo 0% e
fragole biologiche, il cioccolato rosa che copriva i bigné, era
cioccolato bianco equo e solidale colorato con qualche goccia di succo
di rapa rossa (ora userei anche l’alchermes – ora nel 2010 li colorerei di nuovo con la rapa rossa).
Tornando
alla Cucina come terapia, essendo sparitta dalla scena lavorativa e
dovendo stare ugualmente in studio, perché se mai chiamava un cliente
dovevo far finta che tutto era il più normale possibile, passavo ore in
internet, in siti di cucina, curiosando, leggendo, collezionando
ricette. Quindi ho raccolto tutto, impaginato, e alla fine è uscito
fuori un libro di cucina, che altro non era che una collezione di
ricette prese dalla rete (naturalmente con la loro provenienza) che
aveva però un grande limite: le ricette non erano provate. Comunque
intanto il tempo passava ed io ridendo e scherzando (poco) avevo fatto
esercizio con il mouse. Continuavo a provare a fare dolci e per fortuna,
avendo restaurato tutta casa, ho anche eliminato il vecchio forno.
Ma siccome purtroppo
“la fortuna è cieca, ma la sfiga ci vede benissimo”
(Woody Allen o Stefano Benni o non lo so)
nel novembre 2008 mi hanno diagnosticato un cancro al seno. Bastaaa! (ma chi ero in un’atra vita? Bin Laden?).
E
via di nuovo, ospedale, operazione, chemioterapia (cosa tremenda), ho
perso tutti i capelli, radioterapia. Ricrescono i capelli. Controlli:
tutto ok.
E
vai, anche questa è andata (tranne che sono in “menopausa indotta” per
un farmaco che devo prendere per 5 anni – effetti collaterali: cattivo
umore (più di così?), colpi di calore (pazienza), ingrassamento
(aaaaaaaaaargh – aiuto – tragedia – toccatemi tutto ma non il mio peso).
Nel frattempo: dolci, torte, pane, pizze, torte salate… La mia salvezza!



